Goal al Coronavirus




Il covid19 che in questi mesi sta dilagando nel mondo è stato per alcuni come un richiamo
All’inizio, immagino, di essermi comportato come la maggior parte di noi percependolo come una cosa lontana che riguardava la Cina e i paesi limitrofi. Che volete, come diceva una volta Furio Colombo giornalista italiano del XX secolo, quando gli altri siamo noi, la realtà cambia e ti cambia.
Infatti, iniziando a vedere i primi casi in Italia e nel resto del mondo, questa malattia si avvicinava sempre più a me a noi.
Quasi tutti noi poi siamo stati invasi da una serie di notizie e fake news che spammavano i nostri smartphone e social fino all’inverosimile. Parlando di sharing, penso che le trasmissioni più seguite erano i TG di tutte le reti nazionali e internazionali; per non parlare dei live sui Sociale e sui canali Youtube.
Tutte queste notizie, dibattiti, arene, trasmissioni televisive avevano come denominatore comune, a ragione o a torto, il timore collettivo che generava paura e quasi bloccava le persone e le loro attività.
Poi si è iniziato ad esorcizzare la paura nella speranza di immunizzarsi dalla malattia e per togliere dalle nostre menti il pensiero: quando finirà? Speriamo che non duri troppo.
Il mondo, metaforicamente parlando, ha messo il freno a mano e la frenesia della vita del terzo millennio è scemata lasciandoci attoniti e con la domanda: e adesso cosa faccio?
I nostri figli che lavorano tutt’e due si chiedevano, come altri genitori in queste condizioni, cosa fare con i figli piccoli e grandi. C’è stato un attimo di panico, ma poi la creatività che contraddistingue l’essere umano ha prevalso. Ed è stata una grande opportunità scoprire i rapporti fra genitori e figli senza l’assillo dell’orologio e delle mille cose da fare extra casa. Nelle settimane a seguire c’è stato un assestamento del ménage famigliare e qualcuno ci ha anche preso gusto.
Qualcun altro ha scoperto la bellezza di curare, ciò che da alcuni psicoterapeuti è definito  il primo figlio”, ossia, la relazione fra i due partner, e riprendere quegli argomenti a cui uno o l’altro teneva e che si erano messi da parte a causa dell’accudimento legittimo dei figli.
La gente, come del resto succede anche a me, si trova con tanto tempo disponibile per fare molte cose che prima non riusciva: come per esempio contattare e preoccuparsi delle persone che ama, anche di qualche parente di cui non ha notizie da tempo.
Concludendo una lunga e profonda conversazione con una di queste persone, ci è venuto spontaneo definire il bel momento condiviso come un “goal al coronavirus”.
Sembra che questo virus possa spalancare per qualcuno l’abisso della perdita del senso che crea quello spaesamento, quella estraneità a se stessi che prelude ad un nuovo tipo di guarigione. Una guarigione dalla tecnologia pervasiva nelle nostre vite, dai bisogni indotti dalla pubblicità e chi più ne ha più ne metta.
Nelle pagine di giornale, in sottotono, continuano le violenze sulle donne, il pagamento del pizzo per i commercianti, l’approfittare della crisi sanitaria aumentando a 0.30 a 1 euro il prezzo delle mascherine (quelle che si trovano), ecc…
Eppure mentre tutto questo accade, in varie parti del mondo in maniera silenziosa, ma efficace, le famiglie si sono mobilitate nel trovarsi, utilizzando i mezzi di comunicazione più vari, e condividere fra loro la vita e quei gesti di servizio verso i vicini e chi è in necessità. Altre organizzano dei momenti di preghiera e di riflessione leggendo meditazioni di Chiara Lubich o di altri autori della Chiesa. Tra queste un gruppo di famiglie del Mesoamerica, ogni sera, dopo una breve riflessione, recita il rosario meditato. La stessa vita invade anche le Filippine, l’Australia senza tralasciare l’Italia e l’Europa.
Abbiamo potuto condividere alcuni momenti con alcune persone del Mesoamerica, svegliandoci alle 3 di notte, mentre da loro erano le 21 del giorno prima. E sono stati momenti di una profonda comunione che infondevano speranza e davano coraggio a tutti nel continuare a credere all’amore di Dio. Un altro momento di condivisione è stato domenica scorsa quando ci siamo collegati con la città di Ibarra, in Ecuador, dove le persone in quarantena hanno comunicato dubbi e gioie su come vivono questa pandemia. In quei momenti essa non esisteva più perché sorpassata dalla realtà di fraternità  tra di noi anche a distanza.
Ed ecco l’opportunità che questo virus ci sta dando. Scoprirci essere umani, valorizzare i rapporti e rendersi conto che questo vale molto di più del PIL, delle guerre economiche, e supera ogni divisione, anche quelle  dei vari schieramenti dei partiti.
Proprio l’altra settimana sentivo la notizia che il presidente di Israele Rivlin ha telefonato al presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen per unire gli sforzi nel contrastare il COVID-19.
Ci si può domandare: Ma come mai accade questo dopo decenni di assenza di comunicazione?
Guardando alla mappa mondiale della diffusione del virus sembra quasi un’ombra che si allunghi sul mondo.
Nel secolo scorso, la mistica spagnola Maria Zambrano parlando della notte di Dio sull’Europa, scriveva in un suo saggio: “Sembra che in Europa sia caduta la notte, mentre invece potrebbe essere l’ombra di Dio sull’umanità”.

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